Le Alpi svizzere mi davano sempre la sensazione di poter finalmente respirare a pieni polmoni. Dopo un anno trascorso a Tokyo a lavorare per un’azienda farmaceutica internazionale, gestendo la logistica delle sperimentazioni cliniche in tre continenti, avevo un disperato bisogno di quel silenzio che solo la mia baita di montagna negli Stati Uniti poteva offrirmi. L’altitudine, di per sé, era terapeutica, come se ogni respiro a duemila metri di altitudine spazzasse via lo stress accumulato dalle teleconferenze notturne e dalla necessità di destreggiarsi tra le normative straniere in una lingua che parlavo a malapena.
Avevo acquistato la baita tre anni prima con i soldi dell’eredità di mia nonna. Lei mi aveva sempre detto di investire in qualcosa che mi rendesse felice, non solo nel mio conto in banca. La piccola struttura in legno sorgeva su due acri di natura incontaminata fuori Aspen, in Colorado, circondata da pioppi tremuli che ogni autunno si tingevano d’oro e d’inverno rimanevano scheletrici e affascinanti. Era diventata il mio santuario, la mia via di fuga dalla frenesia del lavoro di project manager nel settore farmaceutico a Denver e dintorni.
Il viaggio da Denver è durato quattro ore, snodandosi attraverso passi di montagna dove, nonostante fosse fine maggio, c’erano ancora chiazze di neve. Avevo programmato il mio ritorno con cura, desiderando arrivare quando i fiori selvatici cominciavano a sbocciare e i sentieri escursionistici erano accessibili ma non ancora affollati dai turisti estivi. Il mio piano era semplice: due settimane di completo isolamento, leggendo la pila di romanzi che mi ero fatta spedire in anticipo, facendo escursioni fino a quando le gambe non mi bruciavano e mangiando pasti semplici mentre ammiravo il tramonto dipingere le cime di arancione e rosa.
Ma mentre imboccavo la stretta strada sterrata che portava alla mia proprietà, qualcosa non mi convinceva.
Il cancello era aperto.
